Parkinson: un nuovo strumento per la diagnosi precoce

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Si sa, prevenire è meglio che curare. E potrebbe essere particolarmente vero anche nel caso della malattia di Parkinson. Infatti, quando compaiono i primi sintomi è già tardi per bloccare la malattia, poiché sono già morte molte cellule dopaminergiche della sostanza nera, una piccola area cerebrale coinvolta nella comparsa del Parkinson. A quel punto vengono somministrati dei farmaci che, almeno per i primi 5-7 anni, danno buoni risultati. Ma poi anche questa “luna di miele”, come la chiamano gli specialisti, svanisce. Forse a causa proprio dell’intervento tardivo. Ma come si fa a diagnosticare la malattia di Parkinson prima che compaiano i sintomi? “Bisogna porre grande attenzione ad alcuni disturbi che non sono specifici della malattia come il deficit olfattivo, l’agitazione durante il sonno, la depressionedolori nelle grandi articolazioni e l’ipotensione ortostatica, disturbi che però possono essere presenti anche in malattie diverse dal Parkinson”, ha spiegato Aldo Quattrone, presidente della Società Italiana di Neurologia durante la conferenza di presentazione del congresso nazionale che si terrà a Cagliari dall’11 al 14 ottobre. Tra questi, il più importante è il disturbo comportamentale in sonno REM (RBD) – caratterizzato da comportamenti anormali durante la notte quali urlare, scalciare, tirare pugni-, che è il marcatore predittivo più affidabile di malattia di Parkinson. Circa il 60% dei pazienti con questo disturbo sviluppa la malattia di Parkinson entro 10-12 anni. Oggi per diagnosticare l’RBD il paziente deve andare in ospedale almeno una notte e fare una registrazione poligrafica, un disagio per l’assistito e un costo per il Servizio Sanitario Nazionale. “Per questo abbiamo pensato di costruire un apparecchio portatile, di basso costo e facile da usare, che il paziente si può portare a casa”, va avanti Qauttrone, che è direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Catanzaro e della Unità di Ricerca “Neuroimmagini” del Cnr. “Lo strumento, che verrà presentato al congresso per la prima volta, registra l’attività del sonno mentre il paziente dorme a casa sua. La registrazione, poi, può essere portata al centro di riferimento, oppure inviata via mail”. L’idea di Quattrone è quella di diffondere l’uso dell’holter del sonno anche in altri centri così da poter individuare per tempo i pazienti destinati a sviluppare la malattia e provare a trattarli con farmaci neuroprotettivi. “In passato questi farmaci sono stati somministrati ai malati di Parkinson, ma con scarsi risultati. La ragione pensiamo possa essere il ritardo con cui si agiva. Vogliamo ora capire se trattare con un neuroprotettore prima della compromissione possa essere una strategia vincente”, ha concluso il neurologo.

Credits immagine: ML Cohen/Flickr CC

Fonte. galileonet.it