Nuove opportunità per i malati di tumore alla prostata

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È la spia dell’invecchiamento fisiologico, e per questo rappresenta uno spettro per molti uomini, anche perché fino a non molto tempo fa di farmaci efficaci contro il tumore della prostata avanzato non ce n’erano molti. Oggi le cose non stanno più così, la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è di circa l’88%, soprattutto se la malattia viene diagnosticata precocemente e trattata in maniera integrata. Più facile a dirsi che a farsi, perché spesso il paziente è “sballottato” da uno specialista e l’altro, in balia dei risultati del test del Psa, rischiando di non accedere alle terapie migliori. Cerchiamo quindi di fare chiarezza. I fattori di rischio. “Il primo fattore è l’invecchiamento, seguito dalla dieta troppo ricca di grassi e dalla scarsa attività fisica”, dice Paolo Marchetti, direttore dell’UOC Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. “Bisogna comunque tener presente che un 5-10% dei tumori prostatici è genetico-ereditario, con maggiore frequenza tra i più giovani; mentre la familiarità è presente nel 25% dei casi”. Sono invece dei fattori protettivi la vitamina D, A e gli antiossidanti. La diagnosi. I sintomi più evidenti della malattia, come difficoltà a urinare o sangue nelle urine, arrivano quando ormai la patologia è in fase avanzata. “Il cancro origina e cresce nella parte più esterna della ghiandola prostatica, il cosiddetto mantello, e le alterazioni che innesca non danno segni della loro presenza se non quando il tumore è cresciuto”, spiega ancora l’oncologo. Per questo l’avvento del test del Psa, l’analisi cioè che dosa la presenza dell’antigene prostatico specifico, era apparsa all’inizio una soluzione. Ma oggi sappiamo che non è così. “Il test può rivelarsi uno strumento ingannevole, perché spesso evidenzia forme tumorali che magari non avrebbero mai dato problemi. Ecco perché lo screening va eseguito sempre in accordo con il proprio medico curante e i risultati vanno interpretati con molta cautela”, sottolinea a Marchetti. In pratica: va bene iniziare a controllarsi dopo i 50 anni, ma se i risultati sono nella norma non serve ripetere il test ogni anno, si può diradare nel tempo. Si chiama sorveglianza attiva e può nascere solo da una buona collaborazione fra i diversi specialisti. La presa in carico. Chi si deve occupare del paziente con questo tipo di tumore? L’urologo o l’oncologo? Entrambi, possibilmente lavorando insieme. “Pensiamo che la soluzione migliore sia quella di istituire delle unità di uro-oncologia dove siano presenti radioterapista, urologo, oncologo medico, medico nucleare, anatomopatologo”, dice Marchetti. “Un gruppo competente che includa tutte le figure specialistiche necessarie per offrire la valutazione e il trattamento migliori”. Le terapie. La maggiora parte dei pazienti al momento della diagnosi presenta un tumore localizzato, che non è ancora uscito dalla ghiandola. In questi casi si può procedere scegliendo fra diverse opzioni: chirurgia, radioterapia, brachiterapia e terapia focale. Per i pazienti che hanno un’aspettativa di vita superiore ai 10 anni la scelta d’elezione è la rimozione completa della prostata. In alcuni casi, dopo l’intervento, è necessaria la radioterapia o la terapia ormonale, la cosiddetta castrazione farmacologica, che punta alla riduzione dei livelli di testosterone, la benzina di cui le cellule neoplastiche hanno bisogno per poter crescere. Il 90% dei pazienti risponde bene a questo trattamento, ma dal momento che i livelli di testosterone nel sangue non si riducono mai del tutto, il recettore degli androgeni, che è il motore della reazione cancerosa, continua a essere attivo e il cancro può sviluppare resistenza alle terapie ormonali. In questo caso si parla di cancro prostatico resistente alla castrazione. Le nuove opzioni. Per i pazienti che hanno sviluppato resistenza alle terapie ormonali sono ora disponibili dei nuovi trattamenti in grado di agire in maniera mirata sul bersaglio chiave della crescita tumorale, il recettore degli androgeni. Uno di questi è enzalutamide che ha dimostrato la sua efficacia in uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine condotto su oltre mille pazienti che non rispondevano più né agli analoghi agonisti dell’LHRH né alla chemioterapia. La molecola ha dimostrato di aumentare la sopravvivenza di questi pazienti e di diminuire le complicanze scheletriche associate al progredire della malattia.

Credits immagine: Yale Rosen/Flickr CC

Fonte:  galileonet.it