Lunga vita ai polifenoli

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L’obiettivo è chiaro: prescrivere a chi ha specifici problemi di salute un’alimentazione in grado di prevenire il peggioramento delle sue condizioni e di aiutare l’organismo a combattere la sua battaglia contro i meccanismi cellulari che portano allo sviluppo di malattie. La strada da fare è ancora lunga, ma gli studi scientifici che analizzano la capacità di alcune sostanze presenti nei cibi di interferire con i processi di infiammazione e invecchiamento si accumulano. “Certo non possiamo pensare di allungare la vita, ma di migliorarne la qualità sicuramente sì”, ha affermato Silvana Hrelia, chimica del Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita dell’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, intervenuta durante il convegno Science in Nutrition promosso dalla Fondazione Paolo Sorbini. “Prendiamo il caso delle malattie cardiovascolari, che sono e saranno una delle principali cause di morte. Numerosi studi hanno dimostrato che esiste una dieta cardioprotettiva”. E’ ormai chiaro che un consumo elevato di porzioni di frutta e verdura diminuisce il rischio cardiovascolare. Ma quali sono gli elementi presenti nei vegetali che esercitano questa azione? “Sono i polifenoli, una famiglia molto ampia di sostanze che le piante usano per difendersi da batteri, funghi e avversità varie dell’ambiente. La loro azione è antiossidante“. Una conferma di questa azione è data dall’osservazione di cosa succede negli anziani: nel plasma delle persone over 65 c’è una presenza minore di questi elementi. Hrelia lo ha potuto osservare insieme a Claudio Franceschi immunologo dell’Università di Bologna, massimo esperto italiano dello studio sui centenari, durante il progetto Ristomed che ha studiato metodi innovativi per la nutrizione degli anziani.

Da queste osservazioni nasce l’idea di poter isolare i singoli micronutrienti e usarli nella prevenzione. Così è stato fatto per la quercetina, l’antiossidante principale della dieta italiana, presente per esempio nelle mele e nelle cipolle. “Dal punto di vista chimico ha una fortissima azione antiossidante, e in vitro è possibile misurare molto bene questa azione”, ha sottolineato Hrelia. “Ma una volta ingerita viene trasformata dal nostro organismo in brevissimo tempo e le concentrazioni nel plasma sono quindi estremamente basse”. Sorte peggiore è quella della curcumina, la cui forte azione antiossidante in vitro aveva fatto sperare di aver trovato un buon neuroprotettore da usare nel trattamento del morbo di Alzheimer. “Ma purtroppo gli studi hanno dimostrato che ha una pessima biodisponibilità e per avere effetti nei pazienti si avrebbe bisogno di un dosaggio altissimo”, ha detto Giovanni Scapagnini, dell’Istituto di Scienze Neurologiche del CNR di Catania e dell’Università del Molise, anche lui intervenuto al convegno. Diverso invece il discorso sul sulforafane, il principale nutraceutico delle famiglie delle crocifere. Cavoli, cavolfiori, verza, broccoli contengono la forma inattiva di questa molecola, ma basta masticarli o tagliarli per attivarla. “Il sulforafane entra nella cellula e induce la produzione di enzimi antiossidanti”, ha continuato Hrelia. L’ulteriore buona notizia è che è termoresistente: mantiene le sue proprietà anche in seguito a una cottura moderata, al vapore o al microonde. Gli antiossidanti quindi devono essere funzionali, devono cioè esercitare la loro funzione anche una volta ingeriti, e non solo in laboratorio negli esperimenti in vitro. “Nel nostro laboratorio abbiamo iniziato uno studio per analizzare l’azione di uno del più potente antiossidante finora conosciuto, l’estratto di maqui“, ha annunciato Scapagnini. Il maqui, una bacca che cresce solo in alcune zone del Cile, è particolarmente ricco di delfinidine, una specie di super polifenolo, dalla fortissima azione antiossidante. Diversi studi hanno già dimostrato l’azione antitrombotica di queste molecole, la loro capacità di inibire il fattore NFKb che regola l’infiammazione cellulare e di proteggere le cellule dal fotoinvecchiamento. Quello di Scapagnini è però il primo studio che valuterà l’azione dell’estratto di maqui sulle persone. “La nostra ricerca, condotta insieme all’Università Federico II di Napoli, a quella del Sannio e al CNR di Benevento, a cui si aggiungono altre entità private e pubbliche, coinvolge 50 volontari sani ma in sovrappeso e fumatori”, ha spiegato il neuroscienziato. “Si tratta di uno studio randomizzato versus placebo che prevede il cross over, cioè il cambiamento di regime, della durata di 1 mese”. Le prime analisi sono positive: l’estratto di maqui diminuisce i biomarcatori dell’infiammazione. Ma per i risultati definitivi bisogna aspettare ancora un paio di mesi.

Fonte: www.galileonet.it