Le tinte per i capelli sono cancerogene?

A oggi nessuno studio ha dimostrato un legame certo tra l’uso personale delle tinte e l’aumento di rischio di cancro, aumento segnalato però da alcuni studi per parrucchieri e donne con familiarità con il tumore al senotinte-per-capelli-768x768

In breve

 

  • Alcune delle sostanze contenute nelle tinture per capelli sono classificate come cancerogene quando sono utilizzate ad alte concentrazioni e per periodi di tempo prolungati. Per questa ragione sono stati condotti studi sulle tinture per verificarne la sicurezza.
  • I risultati degli studi suggeriscono un aumento di rischio di sviluppare un cancro (in particolare per i colori più scuri, ma non sempre statisticamente significativo) soprattutto per le tinture di vecchia concezione (prima del 1980). Per quelle attualmente in uso, sembra esistere un unico studio (sebbene su grandi numeri) i cui risultati hanno rilevato anch’essi un rischio più alto della norma, ma limitatamente alle donne che ne fanno un utilizzo frequente e hanno familiarità con il cancro del seno. Lo studio è stato però condotto negli USA dove i regolamenti sui componenti chimici delle tinture sono diversi da quelli europei e, in genere, meno restrittivi.
  • Vi sono invece studi che segnalano un possibile aumento di rischio di alcuni tumori (in particolare della vescica e del seno) per i professionisti (parrucchieri e operai addetti alla preparazione dei colori).
  • Non sembrano esserci dunque ragioni per eliminare l’uso delle tinture a livello individuale, anche se è bene seguire scrupolosamente le istruzioni sui tempi di posa ed eventualmente ridurre la frequenza di utilizzo, in particolare di prodotti che hanno anche un potere lisciante sul capello.
  • Per quel che riguarda i pazienti in chemioterapia e nei sei mesi successivi, la tendenza è a sconsigliarne l’uso più per timore di effetti dermatologici (allergie, problemi di caduta dei capelli) che per un eventuale effetto cancerogeno.

Per approfondire

Con un tweet lanciato nel mese di ottobre del 2017, il chirurgo della mammella Kefah Mokbel, esperto di cancro del seno e autore di diversi studi di genetica molecolare, ha annunciato di aver condotto una metanalisi (ovvero una revisione statistica di tutti gli studi esistenti in materia) sulla relazione tra l’uso di tinture per capelli e il rischio di sviluppare un carcinoma mammario. Secondo il chirurgo, che ha pubblicato i risultati della sua analisi agli inizi del 2018 sulla rivista Anticancer Research, il rischio di ammalarsi di tumore aumenterebbe del 19 per cento circa in caso di uso mensile di tinture per capelli. La sua raccomandazione, quindi, era di non tingere i capelli più di sei volte l’anno. La metanalisi di Mokbel ha preso in esame otto studi caso-controllo, condotti tra il 1980 e il 2017, in cui si confrontava il numero di cancri della mammella in un gruppo di donne che si tingevano i capelli rispetto al numero di casi in un gruppo di donne di eguale età che non usavano tinture. L’anno in cui gli studi sono stati condotti è importante poiché la composizione delle tinture per capelli è molto cambiata nel tempo.

La possibile relazione tra l’uso di tinture e il cancro al seno era però già stata sollevata da Sanna Heikkinen, del Registro tumori finlandese, che in uno studio precedente aveva osservato un’associazione statistica tra i due fattori, pur precisando l’impossibilità di dimostrare una relazione di causa ed effetto tra il ricorso alle tinture e la malattia, perché le donne che si colorano i capelli fanno in media un uso maggiore anche di altri cosmetici. I risultati di uno studio, interessante per la mole di dati esaminati, sono stati pubblicati a dicembre 2019 sull’International Journal on Cancer. Si tratta di un’analisi condotta da un gruppo di epidemiologi dei National Institutes of Health statunitensi per dieci anni su un campione di quasi 50.000 donne reclutate nel cosiddetto “Sister Study”, che aveva con l’obiettivo primario di valutare il rischio di sviluppare un cancro del seno nelle donne che hanno avuto una sorella malata. La popolazione presa in considerazione era quindi già possibilmente più a rischio rispetto a una popolazione di persone che non avevano una sorella malata.

I risultati mostrano che l’uso di tinture permanenti risulta associato a un aumento del rischio relativo di ammalarsi di cancro del seno del 7 per cento circa, con un’ampia variabilità individuale (si va dall’1 al 17 per cento). La ragione di tale rischio aumentato non è però nota. I dati epidemiologici, infatti, permettono di osservare un’associazione tra due fenomeni (in questo caso l’uso delle tinture e il rischio relativo di malattia) mentre non sono in grado di chiarire la causa ultima (in questo caso possibili cause potrebbero essere una particolare componente chimica delle tinture, insieme a un particolare assetto genetico, o altri fattori ignoti). È bene ricordare che si sta parlando di aumento del rischio relativo, ovvero dell’aumento di rischio rispetto al rischio base di chi non usa tinture. In numeri assoluti l’aumento è decisamente piccolo, poiché anche il rischio di base è basso. Lo stesso studio, inoltre, mostra un aumento del rischio più consistente tra le professioniste, cioè tra le parrucchiere che applicano i prodotti ai clienti, confermando quanto già si sapeva. Lo IARC di Lione, l’ente che classifica le sostanze cancerogene, ha già stabilito che le tinture per capelli rientrano nella categoria 2A, ovvero tra i probabili carcinogeni. Il gruppo più a rischio nella popolazione studiata sembra essere quello delle donne afro-americane: l’uso di tinture permanenti aumenta il loro rischio relativo di cancro del seno del 45 per cento circa, mentre l’utilizzo di tinture semipermanenti lo aumenta, sempre in questa popolazione, del 15 per cento circa (anche in questi casi con ampie variazioni a livello individuale). I prodotti per lisciare i capelli, molto utilizzati negli Stati Uniti proprio dalla comunità afro-americana, aumentano invece il rischio relativo del 18 per cento circa. Le donne afro-americane, quindi, risultano essere una categoria particolarmente a rischio. La pubblicazione dei dati di questo studio ha sollevato notevoli preoccupazioni, ma gli esperti non ritengono che i dati siano sufficienti a sconsigliare l’uso della tinta per capelli (eventualmente solo a consigliarne un uso non eccessivo, anche se non è possibile definire che cosa sia davvero “eccessivo” in termini di rischio a livello individuale).

Tra i limiti metodologici di questo studio c’è innanzitutto la popolazione esaminata: essendo tutte donne con familiarità per la malattia, è possibile che vi siano fattori individuali tali da renderle particolarmente vulnerabili. Non si possono quindi estendere i risultati a una popolazione diversa di donne, senza casi di cancro del seno fra le sorelle. Inoltre si tratta di uno studio condotto negli Stati Uniti, dove molte sostanze chimiche vietate in Europa sono invece consentite e dove la concentrazione di altre sostanze potenzialmente tossiche nell’ambiente può essere più elevata che in Europa. Nello studio non è stato possibile registrare esattamente la composizione delle tinture utilizzate dalle donne prese in esame, quindi non si possono fare neppure ipotesi sul ruolo di eventuali sostanze cancerogene specifiche né sul meccanismo d’azione (che potrebbe essere diretto sul DNA oppure mediato dagli ormoni, poiché le tinture possono contenere interferenti endocrini).

Infine questa analisi si è concentrata sul cancro del seno e non ha valutato altri tipi di tumori, né il rischio oncologico globale della persona. Anche gli autori concludono che si tratta di dati importanti, che indicano un potenziale aumento di rischio pari a quello che si registra in caso di obesità o di altri fattori sui quali si può intervenire attivamente, ma altri esperti hanno messo in luce proprio l’assenza di una chiara correlazione di causa ed effetto che, invece, esiste per altri fattori di rischio come appunto l’eccesso di peso. In conclusione, i risultati di questo studio vanno presi con cautela, dato che ulteriori analisi saranno necessarie per capire se il rischio aumentato osservato nella popolazione presa in considerazione possa valere anche per persone con caratteristiche diverse. Non si tratta però della prima volta che i ricercatori si interrogano sui possibili rischi associati all’uso delle tinture, pur non riuscendo a giungere a una risposta univoca.

Perché le tinture per capelli suscitano l’interesse dei ricercatori?

Il numero di persone (prevalentemente donne, ma non solo) che fa ricorso alle tinture per capelli è in aumento in tutto il mondo: si stima che circa una donna su tre sopra i 18 anni e un uomo su dieci sopra i 40 si colori la chioma. I coloranti attuali sono classificati in tre categorie: permanenti (che contengono sostanze ossidanti), semipermanenti (che possono contenere ossidanti in quantità inferiore oppure altre sostanze fissanti) e temporanei (che si lavano via dopo uno o due shampoo). Nell’80 per cento dei casi, chi ne fa uso acquista o si fa applicare una tintura permanente. Dal punto di vista chimico, nelle tinture per capelli vi sono composti non colorati (i cosiddetti intermediari, in genere della famiglia delle ammine aromatiche) e composti colorati che, in presenza di acqua ossigenata, reagiscono tra loro per formare le molecole di pigmento. Più intenso e scuro è il colore, maggiore è la quantità di intermediari necessaria.

Una delle ragioni che rendono difficile studiare la relazione tra questi cosmetici e l’eventuale aumento di rischio di sviluppare un cancro è la complessità della composizione (oltre 5.000 sono le possibili diverse molecole, alcune delle quali sono già elencate tra le sostanze cancerogene per gli animali, sebbene a concentrazioni decisamente più elevate e per esposizioni più lunghe di quelle previste nell’uso umano).

L’altra difficoltà metodologica dipende dall’evoluzione delle tecnologie e dai tempi di sviluppo dei tumori. Le prime tinture per capelli contenevano alcune ammine aromatiche sicuramente cancerogene negli animali, eliminate dai produttori tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Poiché i tumori impiegano anche qualche decina d’anni a svilupparsi, gli studi epidemiologici effettuati oggi rilevano verosimilmente casi che possono essere dovuti all’uso di vecchie formulazioni, ma non possono dirci nulla sui rischi di quelle attuali, che saranno eventualmente osservabili tra qualche decina d’anni.

Un rapporto dello IARC (l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS, responsabile degli studi sulla cancerogenicità delle sostanze), datato 2010, classifica le ammine aromatiche e altri coloranti anche naturali tra i carcinogeni probabili per l’uomo ma, come detto in precedenza, valuta il rischio come consistente solo per i professionisti (parrucchieri e simili). Altri studi hanno collegato l’uso personale delle tinture con un aumento di linfoma non Hodgkin e leucemia, ma altri ancora hanno smentito il legame (come peraltro accade anche con il cancro della mammella, associato all’uso delle tinture in alcuni studi, ma risultato indipendente in altri).

Sulla base di questi dati deboli e discordanti, il rapporto IARC conclude che le tinture per capelli non sono classificabili tra i carcinogeni umani se se ne fa un uso personale. Bisognerà vedere se ulteriori studi epidemiologici confermeranno quanto evidenziato dal Sister Study e se emergeranno ipotesi sui meccanismi di causa ed effetto.

Anche in questo caso i risultati sono contradditori. Uno studio aggregato di 17 ricerche su cancro alla vescica e tinte non ha trovato alcuna relazione, ma studi più recenti (pubblicati tra il 2005 e il 2011) rilevano un lieve incremento statisticamente non significativo, in particolare con i colori più scuri. Gli studi sui professionisti (parrucchieri, coloristi), forniscono invece indicazioni diverse, dimostrando che conta anche la frequenza e il tempo di esposizione. Un rapporto pubblicato nel 2018 sul JNCI Cancer ha fatto il punto di tutti gli eventi avversi segnalati alla Food and Drug Administration, negli Stati Uniti: per quanto riguarda il rischio di cancro, le segnalazioni all’ente di controllo sono arrivate per altri tipi di cosmetici (dal talco alle creme idratanti), ma non per l’uso di tinture per capelli. Inoltre in nessun caso la FDA ha ritenuto di dover procedere al ritiro del prodotto.

Che relazione c’è con il linfoma non Hodgkin?

Diversi studi hanno valutato la relazione tra l’uso personale di tinture per capelli e il rischio di sviluppare un linfoma non Hodgkin, con risultati contrastanti, in parte dovuti al numero limitato di persone prese in considerazioni. Un’analisi aggregata di quattro studi caso-controllo per un totale di circa 4.500 donne con linfoma non Hodgkin e quasi 6.000 persone sane ha dimostrato che le donne che hanno iniziato a tingersi i capelli prima del 1980 hanno un rischio aumentato di contrarre la malattia del 30 per cento circa. La percentuale può sembrare elevata ma, data la relativa rarità di questo linfoma, si tratta di pochi casi in più in numeri assoluti. Analizzando i sottotipi di malattia, i ricercatori hanno stabilito che sebbene il rischio riguardi soprattutto chi usava i coloranti prima del 1980, si riscontra un lieve aumento di linfoma follicolare (un sottotipo di linfoma non Hodgkin) anche in alcune donne che hanno usato i coloranti più scuri dopo tale data. Questi risultati sono compatibili con l’ipotesi che le tinture di vecchia data fossero più pericolose di quelle attuali, così come le tinture più scure.

Che relazione c’è con il rischio di leucemia?

Anche gli studi sulla relazione tra tinture e leucemia hanno mostrato risultati contrastanti. Uno studio caso-controllo, pubblicato nel 2004 sull’American Journal of Epidemiology, condotto in una popolazione statunitense e canadese di 769 pazienti con leucemia acuta e 623 individui sani, ha trovato un legame con l’uso di tinte semipermanenti o temporanee di vecchia concezione, ma l’aumento di rischio non è statisticamente significativo, mentre non ha trovato alcun nesso con l’uso di tinte più moderne. Un altro studio italiano del 2005, pubblicato su Archives of Environmental and Occupational Health, invece non ha trovato alcun legame, se non un lieve incremento di rischio tra gli utilizzatori di colori molto scuri.

È vero che le sostanze tossiche possono accumularsi nella vescica e, col tempo, aumentare il rischio anche in chi fa uso personale di tinte per capelli?

Anche in questo caso i risultati sono contradditori. Uno studio aggregato di 17 ricerche su cancro alla vescica e tinte non ha trovato alcuna relazione, ma studi più recenti (pubblicati tra il 2005 e il 2011) rilevano un lieve incremento statisticamente non significativo, in particolare con i colori più scuri. Gli studi sui professionisti (parrucchieri, coloristi), forniscono invece indicazioni diverse, dimostrando che conta anche la frequenza e il tempo di esposizione.

Cosa dicono gli studi disponibili sull’uso professionale?

Uno studio pubblicato nel 2007 sulla rivista Critical Reviews in Toxycology dimostrava un aumento di rischio di cancro della vescica tra parrucchieri e barbieri, dato che era già nota la relazione tra questo tipo di tumore e l’esposizione ad alcune ammine aromatiche, che sono però presenti anche in altre sostanze usate da questi professionisti e non solo nelle tinture.

La coorte di professioniste prese in esame dal Sister Study pubblicato a fine 2019 mostra invece un aumento significativo del rischio di cancro del seno, ma si tratta solo di circa 200 donne, un numero che, a detta degli stessi autori, non permette di giungere a conclusioni statisticamente valide.

Devo limitare l’uso personale di tinture per capelli?

L’American Cancer Society è l’unica società scientifica ad aver preso una posizione chiara in merito, e la risposta è no, sebbene siano consigliate alcune precauzioni. L’ACS parte giustamente dal presupposto che gli studi attuali non dimostrano un rischio aumentato quantificabile e che l’origine degli aumenti rilevati in alcuni di essi può essere legato a stili di vita di cui l’uso delle tinture per capelli è solo un elemento fra molti. Tiene però conto del fatto che le sostanze contenute nei prodotti per colorare i capelli sono classificate come cancerogene dalle agenzie regolatorie, sebbene a concentrazioni molto più elevate di quelle presenti nei prodotti cosmetici e per tempi di esposizione impossibili da raggiungere con un uso normale (come accade per moltissime sostanze cancerogene a cui siamo costantemente esposti, dal caffè all’alcol, alla carne, per fare alcuni esempi pratici). Questo pronunciamento è precedente la pubblicazione del Sister Study che mostra un possibile aumento del rischio di cancro del seno nelle donne che hanno una familiarità per la malattia e utilizzano con frequenza tinture permanenti o prodotti liscianti (mentre non vi sono aumenti di rischio per chi usa tinture vegetali o semipermanenti). Nonostante ciò, dati i limiti dello studio a cui si accenna più sopra, è probabile che nulla cambi nella posizione ufficiale dell’ACS.

Chi è in terapia per un cancro o è in fase di guarigione può fare ricorso alle tinture per capelli?

Su questo tema non ci sono studi sufficienti per dare una risposta univoca, e infatti i consigli dei medici variano molto. In linea generale si sconsiglia l’utilizzo delle tinture durante la chemioterapia e nei sei mesi successivi, non tanto per un eventuale, remoto, rischio carcinogeno, quanto per le mutazioni della struttura del capello, che tende a ricrescere più fragile (quindi potrebbe cadere nuovamente se trattato in modo scorretto), e della pelle dello scalpo, più soggetta ad allergie. Le linee guida degli oncologi medici in USA e Gran Bretagna suggeriscono di evitare (solo in questi particolari periodi) le tinture chimiche, facendo ricorso a quelle di origine esclusivamente vegetale (come l’henné e altre erbe). Attenzione però alla composizione delle tinture «erboristiche» vedute già pronte: spesso la componente colorante è di origine vegetale (henné o mallo di noce), ma le sostanze fissanti non lo sono (per esempio contengono quasi tutte acqua ossigenata o composti ossidanti per fissare il colore).

Fonte: www.airc.it