La sindrome metabolica e l’approccio nutrizionale

Da circa 80 anni diversi autori ipotizzavano la possibilità che l’associazione tra più fattori di rischio cardiovascolari, che non includesse il colesterolo, potesse essere alla base di una sindrome caratterizzata da un’alta mortalità cardiovascolare. Tra i primi a formulare su base scientifica una tale ipotesi è stato un gruppo di ricercatori italiani che propose la definizione di una sindrome plurimetabolica del tutto simile a quella che in seguito sarebbe diventata la sindrome metabolica (SM) 1. La nascita ufficiale di questa sindrome, però risale alla Banting Lecture del 1988, nel corso del Congresso annuale dell’American Diabetes Association, quando Reaven descrisse la sindrome X: insulinoresistenza, iperglicemia, ipertensione, bassi livelli di colesterolo-HDL, e ipertrigliceridemia, ipotizzando che il substrato fisiopatologico di questa sindrome fosse rappresentato dall’insulino-resistenza (va rilevato che Reaven non menzionò tra i componenti della sindrome l’obesità. Questi dati hanno evidenziato il ruolo primario dell’insulino-resistenza per la definizione della SM. Questo creava, però notevoli problemi da un punto di vista clinico in quanto la misurazione dell’insulino-resistenza basata sulla determinazione dell’insulinemia non è né molto riproducibile in diversi laboratori, né facilmente attuabile nella pratica clinica. Nel 2001 l’Adult Treatment Panel III (ATP III) del National Cholesterol Education Program degli Stati Uniti per facilitare la diagnosi clinica della sindrome ha suggerito dei nuovi criteri in cui la valutazione dell’insulino-resistenza non è più inclusa. Con questi criteri qualsiasi medico con l’esame clinico e alcuni comuni esami di laboratorio (glicemia, trigliceridi e colesterolo-HDL) può fare diagnosi di SM. Questi criteri sono stati più recentemente aggiornati. In particolare nelle ultime raccomandazioni per al diagnosi di SM si fa una distinzione per la circonferenza vita per le diverse etnie (Tab. I). Per gli europei il cut off di 80 cm per le donne e 94 cm per gli uomini, indica un aumentato rischio mentre 88 cm per le donne e 102 cm per gli uomini un rischio molto elevato 1.

Perché è importante diagnosticare la sindrome metabolica?

Perché la SM si associa a un aumentato rischio sia di diabete sia di malattie cardiovascolari. Che questi soggetti abbiano una più alta incidenza

tab.1

 

di diabete non sorprende poiché l’alterata glicemia a digiuno o la ridotta tolleranza al glucosio, fattori altamente predittivi di diabete, sono componenti della sindrome. Numerosi sono gli studi che hanno evidenziato anche un’aumentata incidenza di malattie cardiovascolari in soggetti con SM, anche se alcuni studi non hanno confermato questo risultato. In particolare il rischio relativo per eventi cardiovascolari tra individui con e senza SM nei diversi studi varia da 1,4 a 5,0. Particolarmente interessanti sono i dati del NANHES III dove la prevalenza di coronaropatia era dell’8% nei pazienti diabetici senza SM, del 14% nei non diabetici con SM e del 19% nei pazienti con diabete e SM, a suggerire quindi che anche nei diabetici la presenza di SM ha un valore prognostico importante. Come è stato già detto precedentemente l’insulino resistenza è il fattore etiologico della SM. Il trattamento della SM deve quindi essere mirato:

1) a migliorare l’insulino-resistenza;

2) a correggere/prevenire le alterazioni metaboliche e cardiovascolari associate, attraverso l’adozione di scelte alimentari corrette e di uno stile di vita più sano.

Peso corporeo e attività fisica

Il primo obiettivo di una modifica dello stile di vita in presenza della SM  è quello di ridurre il peso corporeo attraverso l’adozione di un regime dietetico a bassa densità energetica (ipocalorico) e l’incremento dell’attività fisica. Molti studi dimostrano che il miglioramento dell’insulino-sensibilità ottenuto con una riduzione del peso corporeo è compreso tra il 30 e il 60%, quindi di entità sicuramente maggiore di quello raggiungibile con un approccio farmacologico. Gli effetti positivi conseguenti alla riduzione del peso corporeo normalmente continuano fino a quando si mantiene la riduzione del sovrappeso; cè・però molto scetticismo circa la possibilità di indurre modifiche dello stile di vita in soggetti sedentari in sovrappeso, tali da consentire il raggiungimento di un calo ponderale stabile e duraturo. Recentemente due studi d’intervento, il Finnish Diabetes Prevention Study e il Diabetes Prevention Program (DPP), hanno dimostrato in modo chiaro che popolazioni di diversi paesi, etnicamente differenti e con un diverso background socioeconomico, se adeguatamente motivate e supportate, possono modificare le loro abitudini alimentari e il livello di esercizio fisico, efficaci a prevenire il diabete, anche quando esse non sono drastiche, in modo da essere sostenibili negli anni. Questi studi hanno dimostrato che la riduzione ponderale, migliorando l’insulino-sensibilità può prevenire la comparsa di diabete e che l’entità del calo ponderale richiesta non è elevata; è sufficiente infatti,una riduzione del 5-7% rispetto al peso iniziale, un valore molto più basso di quello che in passato era ritenuto clinicamente significativo. Nei due studi il dropout era limitato al 9% nel gruppo d’intervento (valore solo di poco superiore al 7% osservato nel gruppo di controllo) pertanto, la maggior parte del campione riusciva a modificare le sue abitudini di vita. Anche l’attività fisica è in grado di migliorare la SM. L’importanza dell’esercizio fisico nella prevenzione del diabete è stata confermata da vari studi di intervento: nel Da Qing study l’incidenza di diabete tipo 2 si riduceva del 46% nel gruppo che praticava esercizio fisico; nello studio finlandese, il Diabetes Prevention Study, nel gruppo di intervento che raggiungeva l’obiettivo prefissato di attività fisica (un esercizio moderato per almeno 30 minuti al giorno, anche il semplice camminare a passo svelto) il rischio di sviluppo di diabete era di 0,3 rispetto al gruppo di controllo. Risultati simili si osservano anche nel Diabetes Prevention Program study 2 3. Gli effetti benefici dell’esercizio fisico sulla prevenzione del diabete possono essere mediati da un’influenza diretta sull’insulino-sensibilità o da un decremento del peso corporeo. Esistono, infatti, chiare evidenze che l’attività fisica di per sé migliora l’insulino-resistenza sia in individui normali che diabetici, e, in alcuni casi aiuta a perdere peso se l’introito energetico è controllato 4 5.

fonte: ADI