Esistono dei particolari alimenti che aiutano a prevenire il cancro?

No, nessun alimento, da solo, può aiutare a prevenire un tumore. Gli studi mostrano che la relazione tra alimentazione e cancro è complessa e suggeriscono di seguire una dieta varia, equilibrata, priva di eccessi, con poco alcol. Accanto alla dieta occorre fare esercizio fisico e, prima di tutto, non fumare.cibo-cancro

In sintesi 

  • Nessun alimento, da solo, può ridurre il rischio di ammalarsi di tumore, anche se alcuni alimenti specifici, come le carni rosse e l’alcol, se consumati in grande quantità, possono accrescere il rischio individuale per alcuni tipi di cancro.
  • Studiare gli alimenti è complicato perché contengono molte sostanze diverse e l’effetto è dato dalla loro somma.
  • Gli integratori alimentari di singole sostanze attive non mostrano gli stessi effetti sull’organismo degli alimenti completi.
  • Gli studi di nutrizione si basano soprattutto su osservazioni epidemiologiche che individuano correlazioni tra il consumo di gruppi di alimenti e la frequenza di tumori nella popolazione studiata. Tuttavia, per confermare tali correlazioni, è necessario che il possibile nesso causale tra alimenti e malattie sia confermato con ulteriori dati sperimentali.
  • Quasi tutto ciò che consumiamo è stato studiato in relazione al cancro, ma non sempre con studi rigorosi e spesso con risultati discordanti.
  • Chi vuole prevenire la malattia deve affidarsi, più che a un particolare alimento, a una dieta sana, varia e moderata. Ma deve anche tener conto di altri comportamenti che hanno un impatto sulla malattia, come l’attività fisica, il consumo di alcol e soprattutto il fumo.

 

I mezzi di informazione riferiscono frequentemente notizie che riguardano i legami tra il consumo di un particolare alimento e il rischio di ammalarsi di tumore e non c’è giorno nel quale non si parli del cibo come l’elemento chiave capace di prevenire o addirittura curare le malattie, cancro compreso. Ma succede anche che un alimento presentato ieri come “buono”, perché protegge contro un tumore, venga definito in seguito “cattivo”, perché un nuovo studio ha dimostrato che invece aumenta il rischio di ammalarsi. A chi credere in questi casi? Com’è possibile che uno stesso alimento possa generare risultati opposti in due diversi studi? La questione è complessa, ma una cosa è certa: nessun alimento è buono di per sé, e quando si parla del legame tra alimentazione e cancro le variabili in gioco sono molte e non è semplice arrivare a una conclusione definitiva.

Cosa si studia quando si analizza l’effetto di un alimento sull’organismo?

Uno dei primi problemi legati agli studi di nutrizione riguarda la complessità di ciò che si sta esaminando. Un alimento è composto di un’infinità di sostanze e, anche quando si identifica quella che potrebbe avere un effetto anticancro (come per esempio gli antiossidanti nella frutta e nella verdura), l’effetto finale del consumo di quel particolare cibo è dato anche dall’interazione con altre componenti (per esempio gli zuccheri della frutta, le fibre vegetali e così via).

Inoltre alcuni studi su principi attivi di origine alimentare condotti in cellule o in animali di laboratorio, utilizzano concentrazioni di sostanze difficilmente raggiungibili con la normale alimentazione. Quando però i ricercatori cercano di sintetizzare i composti naturali, aumentarne la concentrazione e proporli sotto forma di integratori alimentari, spesso non ottengono più gli stessi benefici riscontrati tra coloro che consumavano l’alimento intero nella sua versione naturale.

I benefici di una dieta sana nascono quindi dall’interazione tra i diversi componenti dei cibi, e non soltanto da specifiche sostanze isolate. Ecco perché non ha senso assumere integratori alimentari invece di adottare una dieta sana e variegata.

Come si studiano gli effetti dei singoli cibi sulla salute dell’uomo?

La maggior parte degli studi di nutrizione utilizza gli strumenti dell’epidemiologia. Ciò significa che si seleziona una popolazione alla quale si chiede di ricordare cosa ha mangiato nel passato e per quanto tempo (studio retrospettivo) oppure si chiede di registrare tutto ciò che mangia dal momento in cui parte lo studio e per molti anni (studio prospettico). Il secondo tipo di studio è più affidabile perché elimina in parte il problema dei “buchi di memoria” o dei ricordi selettivi (una caratteristica cognitiva comune a tutti gli esseri umani è il cosiddetto pregiudizio di selezione, per cui tendiamo a sottostimare il peso dei comportamenti che sappiamo essere inadeguati o poco sani). Con in mano l’elenco di ciò che ha mangiato ciascun partecipante, gli epidemiologi osservano di che cosa si è o meno ammalato, e cercano di individuare delle correlazioni significative, cioè di scoprire se chi si ammala di un certo tumore (o, viceversa, chi non si ammala) è un assiduo consumatore di un particolare alimento.

Una correlazione, però, non prova un nesso di causa ed effetto. Le correlazioni possono essere una coincidenza, un caso. Per questo serve che l’eventuale nesso tra la causa e l’effetto sia dimostrato sperimentalmente. Per esempio, il fatto che le sostanze antiossidanti possano avere un effetto anticancro potrebbe essere giustificato dal fatto che l’ossidazione è uno dei meccanismi ben noti di danno cellulare; le fibre riducono il tempo di contatto tra la parete intestinale e le sostanze tossiche che si sviluppano dalla putrefazione dei cibi e questo potrebbe giustificare la loro azione nella riduzione del cancro del colon; la carne rossa contiene ferro eme, un potente ossidante, e questa conoscenza potrebbe sostenere la correlazione tra l’aumento di certi tipi di tumori e i consumatori di grandi quantità di carne rossa. Ognuna di queste ipotesi, per essere considerata una prova a favore di una correlazione fra un alimento e un effetto salutare o nocivo, va rafforzata con dati ottenuti sperimentalmente. Ma anche questo non è semplice perché sostanze e alimenti esercitano i loro effetti insieme a un’infinità di altri composti. Per l’insieme di queste ragioni è complicato ottenere risposte chiare che permettano di indicare in un singolo alimento la possibile causa di una malattia, o la soluzione per la prevenzione.

Tutto ciò che mangiamo è legato al cancro?

È questa la domanda che si sono posti alcuni anni fa Jonathan Schoenfeld della Harvard Medical School di Boston e John Ioannidis della Stanford University. Per cercare di rispondere, i due ricercatori hanno messo mano a un libro di ricette e hanno valutato 50 ingredienti scelti a caso, andando a cercare tutti gli articoli che li legassero in qualche modo al rischio di cancro. Ebbene, per l’80 per cento degli ingredienti analizzati risultava esistere un legame – positivo o negativo – con uno o più tumori. Alla domanda si dovrebbe quindi rispondere con un sì. I risultati del loro studio sono pubblicati sulla rivista American Journal of Clinical Nutrition. Il problema è che non tutti i dati che riguardano ciascun alimento vanno nella stessa direzione: in alcuni casi si trovano dati sia a favore sia contro. Inoltre buona parte dei risultati ottenuti non sono affidabili a sufficienza dal punto di vista statistico. Si possono però evidenziare alcuni risultati significativi: se si analizzano alimenti come la carne rossa o l’alcol appare piuttosto chiara la tendenza ad aumentare il rischio di tumore, mentre per alimenti di origine vegetale, come cipolle, carote o limoni, appare piuttosto chiaro il contrario.

Perché non possiamo fidarci dei singoli studi?

Uno degli errori più comuni che si commettono quando si cercano informazioni sul ruolo positivo o negativo di un particolare alimento sul rischio di cancro è puntare l’attenzione su un unico studio, neppure sempre clinico. Un esempio è quello della vitamina E contenuta in diversi alimenti. Ci sono studi che dimostrano come questo micronutriente – così vengono definite le vitamine e i sali minerali – abbia effetti protettivi contro il cancro di colon, prostata e vescica, soprattutto grazie al suo ruolo di antiossidante e stimolante per il sistema immunitario. Tuttavia altri studi affermano il contrario e sostengono, per esempio, che assumendo supplementi a base di vitamina E aumenta il rischio di tumore della prostata. Quale di queste affermazioni è vera? La vitamina E protegge dal cancro della prostata o lo causa? In un certo senso entrambe le affermazioni sono corrette: l’effetto rilevato nei diversi studi, infatti, è in un caso protettivo e nell’altro dannoso per la salute della prostata. Le differenze possono dipendere da come sono progettati gli studi: possono cambiare il numero di pazienti, le caratteristiche dei partecipanti (per età, sesso o presenza di altre malattie), la dose di alimento o nutriente consumato, il modo di quantificare le dosi stesse ecc. La lista delle differenze tra due studi sullo stesso alimento può essere molto lunga e può influenzare in modo decisivo il risultato finale, spiegando la variabilità delle conclusioni.

Come si possono confrontare gli studi tra loro?

Quando una ricerca si riferisce a un alimento intero e alle sue proprietà – per esempio il broccolo, in genere considerato come arma di prevenzione efficace – bisogna chiarire cosa intendono i ricercatori quando affermano che “mangiare tanti broccoli previene il tumore”. Come già accennato, gli alimenti sono composti da tante sostanze e quella benefica può essere una sola, oppure una combinazione presente solo in quel determinato prodotto. Inoltre il termine “porzione” non ha per tutti lo stesso significato ed è quindi fondamentale cercare di capire quanti broccoli hanno effettivamente mangiato coloro che hanno ottenuto un beneficio da questo consumo. Ecco perché prendere in considerazione i risultati di un solo studio per chiarire il rapporto tra cibo e cancro può risultare confondente. Un aiuto a dirimere i dubbi viene dalla statistica e dal lavoro degli esperti che, consapevoli dei limiti del singolo studio, si preoccupano di mettere insieme tutte le informazioni disponibili, pubblicate nella letteratura scientifica, per arrivare a una conclusione più attendibile facendo un esercizio di raccolta di tutti i dati (revisione sistematica) attraverso uno strumento statistico chiamato metanalisi. Il World Cancer Research Fund (WCRF) , un ente internazionale che si dedica ad attività di revisione e metanalisi nel campo della nutrizione e dei tumori, fornisce dati e raccomandazioni continuamente aggiornati al passo con la ricerca. Ciascuna delle raccomandazioni è il frutto dell’analisi di tutti i dati disponibili e non di un unico studio, e viene valutata tenendo conto anche delle eventuali differenze tra gli studi. Il messaggio più importante che emerge continuamente è sempre lo stesso: nessun alimento, da solo, ha un effetto anticancro; alcuni alimenti (come la carne rossa o l’alcol) hanno l’effetto opposto, aumentando il rischio di ammalarsi, ma anche in questo caso la dimensione del rischio dipende da fattori individuali di tipo genetico e legati al complesso di comportamenti e abitudini. È l’insieme della dieta, combinata all’attività fisica e all’abitudine o meno al fumo, che può fare davvero la differenza, non il singolo cibo. Quindi, se anche se un alimento che abbiamo consumato fino a oggi si rivelerà in futuro meno benefico del previsto, l’effetto generale sulla nostra salute non potrà essere particolarmente importante. Tra le varie diete disponibili, quella mediterranea, basata su vegetali, cereali integrali, pesce, olio di oliva e poche proteine animali, sembra comunque una delle migliori.

Fonte: airc.it